Cosa c’è dietro le proteste in Colombia?
Cosa c’è dietro le proteste in Colombia?

Cosa c’è dietro le proteste in Colombia?

Cosa c’è dietro le proteste in Colombia?

Da inizio maggio la Colombia si trova sull’orlo di una guerra civile che vede la cittadinanza contrapposta al governo: in tutte le principali città del Paese si registrano scioperi e manifestazioni di massa nonostante la difficile situazione sanitaria e la campagna vaccinale a singhiozzo. Il presidente Duque ha fatto diretto ricorso alle forze militari per tentare di disinnescare la situazione, ottenendo però l’effetto opposto.

In meno di due settimane dall’inizio dei fatti già si contano più di 580 agenti feriti, almeno 25 morti, circa 800 persone detenute arbitrariamente dalle forze dell’ordine, almeno 60 manifestanti scomparsi per le strade, 9 casi di violenza sessuale e più di 150 di abuso dalle autorità. Un bollettino di guerra.

Il casus belli si dice essere la Ley de Solidaridad Sostenible, ovvero una riforma tributaria volta a risanare i bilanci statali provati -a detta del governo- dalla pandemia. Il problema di fondo, tuttavia, si cela all’interno della società colombiana dove il conservatorismo politico e la “distanza” tra governo e territorio, figliastra di una “oligarchia economica”, sono fattori storici dai quali bisogna partire per capire bene lo spirito degli eventi di oggi.

Correnti colombiane: tra rivoluzioni mancate e conservatorismo

Ottenuta l’Indipendenza nella prima metà del XIX secolo, la Colombia (allora comprendente anche Panama) si presentava come un Paese privo di infrastrutture, attanagliato tra inflazione e debito pubblico. Fu solo all’inizio del secolo seguente che il Paese conobbe i primi tentativi di ammodernamento: dopo la perdita di Panama nel 1903, ebbe inizio la lunga influenza conservatrice nel governo della Repubblica, che portò all’istituzione della prima Banca Centrale Statale (Banco de la República), riuscendo a ripristinare l’emergenza economica.

Con l’ascesa delle idee rivoluzionarie nella regione, nel secondo Dopoguerra, per la Colombia iniziò una stagione di sangue e l’inizio di una guerra civile ancora irrisolta tra lo Stato e la guerriglia di estrema sinistra. All’interno di questa grande instabilità sociale, la sinistra moderata si vide estremamente penalizzata alle urne a differenza di conservatori e liberali, i quali ebbero modo di modellare la politica economica del Paese su modelli ben precisi: investimenti nelle grandi città e una politica grandemente protezionista a favore dei prodotti nazionali (a discapito però della libera concorrenza). Ancora una volta, il settore lasciato indietro fu quello delle infrastrutture: con i maggiori investimenti rivolti ai centri maggiori, la quasi totalità del Paese rimase tagliato fuori dai progetti di sviluppo nazionali, lasciati spesso in balia delle forze locali e della guerriglia. La stabilità delle città nevralgiche, insieme a quella del mercato interno, divenne la principale priorità dello Stato.

La nuova Costituzione, approvata nel 1991 dal nuovo governo liberale di Cesar Gaviria, fu il primo passo verso un tentativo di cambio di rotta: fu riconosciuta l’autonomia delle regioni e furono introdotti incentivi per tentare di diversificare le esportazioni all’estero. Il fragile equilibrio economico del Paese dovette dunque imparare a rimodellarsi sulla base di questi cambiamenti ma nemmeno quest’ultima prova convinse le forze politiche a una più radicale riforma economica e strutturale in chiave progressista, rendendo sempre più profonda la distanza tra i benestanti e le aree povere.  Ad oggi, tale politica, ha portato la Colombia ad essere (secondo la Banca Mondiale) il secondo Paese con più disuguaglianze della regione, e il settimo al mondo.

Tasse e Virus in Colombia

La pandemia, lo sappiamo, ha obbligato tutti i Paesi del mondo a investire grandi somme in misure di sostegno della popolazione e dei settori sanitari nazionali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il governo Duque ha investito intorno al 4,1% del suo prodotto interno lordo; se confrontato con i maggiori Stati della regione (e tenendo conto delle relative proporzioni economiche) la Colombia sembra in linea con gli sforzi regionali di Brasile (8,8%), Cile (8,2%), Perú (7,3%), Bolivia (5,1%) e Argentina (3,9%) che hanno speso una simile proporzione di denaro, mentre Messico (0,7%) ed Ecuador (0,7%) sono da considerarsi meno virtuosi.

Tali investimenti, tuttavia, si sono rivelati insufficienti per contrastare la pandemia: il Paese conta più di 72.000 morti ufficiali per Covid-19, un sistema sanitario messo a dura prova e un tasso occupazionale in caduta libera che spinge sempre più cittadini verso la povertà estrema. La campagna vaccinale, inoltre, procede estremamente a rilento per via della scarsità dei vaccini (la Cina ha assicurato 66 milioni di dosi) e meno del 10% della popolazione ha potuto ricevere la prima dose. In molti denunciano anche una scarsa trasparenza da parte del governo riguardo l’andamento della campagna.

È in questa drammatica situazione socio-economica che bisogna inquadrare le recenti proteste di piazza e la sproporzionata risposta del governo. La Ley de Solidaridad Sostenible si ripropone quattro obiettivi: ampliamento della base di raccolta tributaria, il contenimento della declassificazione economica sul piano internazionale, l’istituzione di un reddito basico, e la creazione di un fondo per le politiche ambientali. L’ambizione di tale piano era raccogliere la somma di 6.3 miliardi di dollari. Secondo il ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla, fonte di tali ricavi sarebbero dovute essere sia la cittadinanza (73%) che le imprese (27%) ed i mezzi sarebbero stati l’aumento dell’IVA fino al 19% su una moltitudine di prodotti di consumo basici come acqua, luce, e gas, elettronica e sui servizi particolari (come i funerali). Un ulteriore tassa progressiva avrebbe dovuto riguardare gli individui aventi un patrimonio superiore al milione di dollari; a partire dal 2022, i lavoratori dipendenti con più di 50 milioni di pesos (13 mila dollari circa) e i pensionati con entrate superiori ai 7 milioni di pesos (1800 dollari circa) al mese.

Il malcontento cittadino, dunque, deriva da questa nuova pressione fiscale in un momento storico estremamente fragile per il Paese e volta a colpire i ceti medio-bassi della società. Alcuni economisti, tra i quali Salomón Kalmanovitz, fanno notare come la riforma tributaria dovrebbe coinvolgere maggiormente quei settori finanziari che già godono di grandi esenzioni fiscali: nel 2020, ad esempio, questa “oligarchia economica” ha versato solo l’1,9% di tasse su di una base di 32 milioni di dollari di introiti.

L’emergenza sociale, umanitaria, e sanitaria

Come riportato in apertura, il governo ha tentato di contenere l’escalation delle proteste ricorrendo alle forze dell’ordine in gran numero. Duque ha dichiarato di voler garantire l’ordine pubblico e la pacifica protesta popolare. I timori del governo riguardano la possibilità che gruppi paramilitari possano infiltrarsi tra i manifestanti per poter agire tra la folla. Sebbene sopravvalutata, questa eventualità non è del tutto inverosimile: nonostante nel novembre 2016 sia stato firmato un accordo di pace (altamente criticato nel Paese) tra il governo e le FARC, l’accordo non ha ottenuto lo scioglimento del gruppo paramilitare che continua ad operare nelle sue frange più estreme.

A questo pericolo, invece, si è sostituita la spropositata risposta delle forze dell’ordine alla rabbia dei manifestanti. In un’era interconnessa come la nostra, immagini e video di soprusi e omicidi ad opera dei militari hanno iniziato a circolare molto rapidamente in tutta la loro brutalità, esponendo così il difficile rapporto tra le forze di polizia e la cittadinanza.

Amnesty International, documentando e denunciando tali fatti, ha rivolto un appello al governo colombiano perché ponga fine a queste repressioni e cessi la militarizzazione delle città, garantendo il rispetto dei diritti umani e la loro centralità all’interno di qualsiasi discussione tra le parti sociali. L’organizzazione internazionale afferma di essere in possesso di materiale digitale che provi l’uso indiscriminato e spropositato di armi letali da parte delle forze dell’ordine, così come l’utilizzo di lacrimogeni e idranti in contesti inappropriati. Tali eventi non sarebbero episodi né isolati nè sporadici ma facenti parte di una strategia volta ad intimidire la popolazione con la violenza, un modus operandi storico nel Paese.

Il limitato uso della forza militare per faccende interne è inoltre uno dei punti cardine della Convenzione Americana dei Diritti Umani (1969), alla quale la Colombia ha aderito. Il ruolo di garante dell’ordine cittadino dovrebbe spettare in primo luogo alla polizia (addestrata per questo) e non ai militari. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha affermato che anche qualora l’intervento militare fosse necessario, questo dovrebbe essere posto sotto chiare regolamentazioni e protocolli inerenti l’uso della forza sotto i principi di “eccezionalità”, “proporzionalità”, “assoluta necessità” e in pieno accordo con gli organi civili locali.

Epilogo(?)

Il presidente Duque ha annunciato il ritiro– e riformulazione- della Ley. Vista la condizione economica del Paese e i costi della pandemia è verosimile pensare che una legge tributaria venga varata in ogni caso, con o senza il consenso popolare. Finita la pandemia, ci sarà l’ennesima occasione per poter colmare la storica distanza tra i centri economici e le periferie, così come si potranno sanzionare tutti coloro che hanno approfittato dei disordini di piazza per commettere crimini. Fallire questa ennesima opportunità significherebbe rimanere nel solco del passato, nel segno di sfruttamento e terrore.

Infine, va detto che le problematiche colombiane sono lontane dall’essere isolate nella regione: lo stretto legame tra le forze armate e il governo, l’oligarchia economica, la carenza di infrastrutture fuori dai grandi centri, gruppi guerriglieri, riforme/rivoluzioni incompiute e dogmatismo ideologico. Quasi tutti i Paesi latinoamericani si misurano ancora con almeno due di questi elementi ed ogni Stato produce una risposta differente in base alla propria storia sociale e alla congiuntura internazionale.

Le radici di tali problematiche, come abbiamo visto, affondano tuttavia ben più in là di quanto non riporti la cronaca.